Alcune importanti decisioni politiche della settimana appena trascorsa, hanno tornato a far pendere la bilancia a favore dei pro-life negli USA. Sia la Casa Bianca che la Camera dei Deputati hanno approvato due nuovi provvedimenti che segnano un’inversione di tendenza rispetto all’amministrazione Obama (2009-2017).

L’atto governativo firmato venerdì scorso dal presidente Donald Trump prevede una parziale riforma del Patient Protection and Affordable Care Act, più noto come Obamacare, varato nel 2010. L’atto presidenziale ripristina la libertà di coscienza per le strutture sanitarie e le aziende nella stipula di assicurazioni per i loro dipendenti che prevedano la copertura economica di metodi contraccettivi.

Dal 2010, l’Affordable Care Act è stato oggetto di diffuse proteste da parte di organizzazioni religiose e pro-life, culminate in una serie di innumerevoli ricorsi giudiziari, tra cui spicca quello vinto dagli evangelici David e Barbara Green, ai quali la Corte Suprema diede ragione nel 2014, ribadendo che la libertà religiosa non è un fatto privato.

La decisione dell’amministrazione Trump è stata accolta con favore dalla Conferenza Episcopale Statunitense, che, in un comunicato sottoscritto dal presidente, il cardinale Daniel Di Nardo, arcivescovo di Galveston-Houston, e dal presidente della commissione episcopale per la libertà religiosa, monsignor William E. Lori, arcivescovo di Baltimora, ha definito il provvedimento non una “innovazione” ma un “ritorno al senso comune”, per una “pacifica coesistenza tra stato e chiesa”. In tal modo, sottolineano i presuli, si rimedia ad un “anomalo errore da parte degli amministratori federali che non sarebbe mai dovuto accadere e che mai più dovrà ripetersi”.

Secondo Di Nardo e Lori, la modifica dell’Affordable Care Act è una “buona notizia” in particolare per le Piccole Sorelle dei Poveri, ordine religioso impegnato in particolare nella cura degli anziani, uno dei primi a fare ricorso. Il porporato e l’arcivescovo sollecitano quindi l’amministrazione Trump ad affrontare il “passo successivo” e risolvere il conflitto sussistente tra le parti.

La nuova normativa è una “buona notizia” per “tutti gli americani”, cattolici e non, prosegue la nota: sarebbe stato “dannoso”, infatti, spiegano i rappresentanti della Conferenza Episcopale, costringere a scegliere tra l’“obbedire alle proprie coscienze” e la “chiamata a servire i poveri”. La libertà religiosa, affermano Di Nardo e Lori, è un “diritto fondamentale” e “quando è minacciata per qualcuno, viene minacciata per chiunque”.

L’altra decisione che reindirizza la legislazione USA in senso decisamente pro-life è stata l’approvazione, da parte della Camera dei Deputati, di un disegno di legge, che restringe la praticabilità dell’aborto alle prime 20 settimane di gravidanza, con le eccezioni dei casi di concepimento a seguito di stupro e incesto, o di pericolo di vita per la madre. Il medesimo provvedimento era stato già presentato nel 2013, venendo approvato alla Camera, mentre in Senato (in quell’anno a maggioranza democratica) non fu nemmeno portato in aula; nel 2015, fu nuovamente approvato alla Camera, per poi venire bocciato al Senato, nonostante l’allora presidente Barack Obama avesse promesso il veto.

Relatore del disegno di legge, che ora passa al Senato, è il capogruppo della maggioranza repubblicana alla Camera, Kevin McCarthy, secondo il quale, la nuova normativa “proteggerà i bambini non nati che, come la scienza ha dimostrato, possono sentire il dolore, e darà loro la possibilità di crescere e vivere una vita piena”.

Leggi simili, restrittive dei tempi di praticabilità dell’aborto, sono già vigenti in alcuni stati americani, sebbene organizzazioni antinataliste come Planned Parenthood abbiano fatto ricorso, per presunta incostituzionalità delle norme.