Una lunga lettera , suddivisa in 9 punti, è stata inviata stamattina da Papa Francesco ai vescovi indiani. Dall’importanza dell’apostolato, al Concilio Vaticano II, passando per l’enciclica Lumen gentium, fino alla figura di San Giovanni Paolo II, sono tantissimi gli spunti di interesse.

Il primo punto toccato da Francesco: l’apostolato. Occorre imitare, ha spiegato il Papa, “la pazienza della vergine saggia, fornita dell’abbondante riserva dell’olio perché la luce della sua lampada possa illuminare tutte le genti nella lunga notte dell’attesa dell’arrivo del Signore”.  Senza dimenticare che, “fra le terre e le nazioni, nelle quali questa varietà della vita ecclesiale rifulge con grande splendore vi è anche l’India”, dove la Chiesa “trae la sua origine dalla predicazione dell’Apostolo Tommaso”.

Una predicazione che ha portato alla nascita di 3 frutti distinti ma molto fecondi, della fede indiana: “La storia del cristianesimo in questo grande Paese ha portato alla configurazione di tre distinte Chiese sui iuris, che corrispondono ad espressioni ecclesiali della medesima fede celebrata in riti diversi.  Anche se questa situazione nel corso della storia ha manifestato a volte alcune tensioni – ha ricordato Francesco – oggi possiamo ammirare una realtà cristiana ricca e bella, complessa e unica allo stesso tempo”.

Secondo punto fondamentale: il Concilio Vaticano II. Esso è stato d’immensa importanza perché ha permesso che si abbracciasse “questa visione della Chiesa e ha ricordato a tutti i fedeli la necessità di custodire e preservare il tesoro della particolare tradizione di ciascuna Chiesa”.

Liberi e diversi, ma sempre uniti sotto la sapienza e la guida del Papa: “Come indicato nella Lumen gentium, spetta al vescovo di Roma favorire l’unità nella diversità del Corpo di Cristo. In questo compito i romani pontefici sono fedeli interpreti ed esecutori della voce del Concilio Vaticano II che esprime l’ardente desiderio perché le Chiese Orientali, venerate per la loro antichità, fioriscano e assolvano con nuovo vigore apostolico il compito loro affidato”.

Il Santo Padre ha infine ricordato, a tal proposito come, “30 anni fa, il mio predecessore di felice memoria, San Giovanni Paolo II, ha scritto una lettera ai vescovi dell’India. Ispirandosi al Concilio Vaticano II, ha cercato di applicare l’insegnamento conciliare al contesto indiano. In questo Paese, anche dopo molti secoli, i cristiani costituiscono solo una piccola parte della popolazione e, di conseguenza, esiste una particolare necessità di manifestare l’unità e di evitare ogni apparenza di divisione”.

Divisione intesa solo come forma diversa di culto, ma sempre e comunque in piena comunione con Roma. “Pertanto, ho autorizzato – ha scritto il Pontefice – la Congregazione per le Chiese Orientali a provvedere alla cura pastorale dei fedeli siro-malabaresi in tutta l’India, attraverso l’erezione di due eparchie e l’estensione dei confini di due già esistenti”. Ha ricordato come, “avere più vescovi nello stesso territorio non compromette la missione della Chiesa; al contrario, questi passi hanno dato più energia alle Chiese locali per i loro sforzi pastorali e missionari”.

Ha poi concluso la lettera, con un augurio: “La via della Chiesa cattolica in India non può essere quella dell’isolamento e della separazione, ma piuttosto del rispetto e della collaborazione. La presenza di diversi vescovi delle varie Chiese sui iuris nello stesso territorio potrà essere motivo sicuramente di bellissima e vivificante comunione e testimonianza. Questa è la visione del Concilio Vaticano II”.