Il 14 agosto ricorrono 71 anni dalla morte di Padre Massimiliano Kolbe, frate francescano conventuale polacco. Morì ad Auschwitz, il famigerato  campo di sterminio costruito dai nazisti durante la Seconda guerra mondiale nei pressi della cittadina polacca di  Oswiecim,  a 51 chilometri da Cracovia. Padre Kolbe aveva 47 anni.

Era stato arrestato dai nazisti il 28 maggio e immatricolato ad Auschwitz con il numero 16670. Fu messo insieme agli ebrei perché sacerdote e  addetto ai lavori più umilianti, come il trasporto dei cadaveri al crematorio.

Alla fine di luglio fu trasferito al Blocco 14, dove i prigionieri lavoravano nei campi. Uno di loro riuscì a fuggire e, secondo l’inesorabile legge del campo, dieci prigionieri vennero destinati al bunker della morte. Tra essi un padre di famiglia, Francesco Gajowniczek. Questi, scoppiò in lacrime dicendo di avere una famiglia a casa che lo aspettava. Padre Kolbe uscì dalle file dei prigionieri e si offrì di morire al suo posto. Lo scambio venne accettato.

I dieci furono rinchiusi nel bunker della morte, senza acqua né cibo. All’inizio erano disperati, ma a poco a poco Padre Kolbe trasformò la loro disperazione in un rassegnazione piena di fede. Gli altri prigionieri hanno testimoniato che, nel silenzio della notte, sentivano uscire da quel bunker canti e preghiere. Le voci si facevano, di notte in notte  sempre più deboli e dopo due settimane, non si sentì più niente.

Le guardie entrarono nel bunker il 14 agosto. Quattro prigionieri erano ancora vivi, tra essi padre Kolbe. Erano stremati, ma sereni e le guardie ebbero pietà: li uccisero con una iniezione di  cianuro. Il giorno dopo, giorno della Festa di Maria Assunta in cielo, i  loro corpi vennero cremati e le ceneri disperse.

Padre Kolbe morì compiendo un grandissimo atto di amore e  il 10 ottobre 1982  è stato proclamato santo Papa Giovanni Paolo II.

Nato l’8 gennaio 1894 a Zdunska Wola, in Polonia, era figlio di due tessitori, Giulio Kolbe e Maria Dabrowska, entrambi terziari francescani. Al battesimo venne chiamato Raimondo. Date le ristrettezze economiche della famiglia, non avrebbe potuto neppure frequentare la scuola. Ma fin da bambino dimostrava una intelligenza così viva, che il farmacista del paese volle dargli lezioni private e venne così avviato agli studi.

Affascinato dalla figura di San Francesco, del quale i genitori raccontavano episodi della vita, ancora adolescente volle entrare  nell’ordine dei Padri Francescani Conventuali e nel 1910 emise i voti, cambiando nome e diventando frate Massimiliano. Venne inviato a Roma per approfondire gli studi. Si laureò nel 1915, presso la Pontificia Università Gregoriana. Il 28 aprile 1918 venne ordinato sacerdote.

E’ famoso per la sua morte eroica, ma soprattutto per la sua devozione mariana. Nel 1917, cento anni fa, quando non era ancora sacerdote e aveva soltanto 23 anni, fondò la “Milizia dell’Immacolata”,  un movimento mariano missionario che mira a conseguire un rinnovamento spirituale dei singoli individui e della società attraverso la devozione e la consacrazione alla Madonna.

E poi spese l’intera esistenza a diffondere il movimento, recandosi perfino in Cina, in India, in Giappone. Fondò un giornale “Il cavaliere dell’Immacolata”, che ebbe una diffusione enorme. Fondò varie “Città dell’Immacolata”, divenute importanti centri editoriali con libri, riviste, iniziative varie, tutto al servizio della diffusione della devozione mariana. Benchè fosse sempre stato gracile di salute, ammalato di tubercolosi, fu un terremoto di attività.

La sua esistenza contiene spunti eccezionali, che fanno di lui uno dei più grandi apostoli mariani di tutti i tempi e una delle figure sacerdotali e religiose più significativa dell’età moderna. Paolo VI lo definì “martire dell’amore”.  

Per approfondire alcuni aspetti della sua spiritualità, abbiamo intervistato un suo confratello, padre Zdzislaw Kijas,  polacco, come padre Kolbe; religioso francescano conventuale, come padre Kolbe;  laureato in teologia come padre Kolbe.

Nato il 18 febbraio1960 a Pewel Ślemieńska, in Polonia, Padre Kijas è stato ordinato sacerdote a Roma,  nel 1986, da Sua Santità  Giovanni Paolo II. Ha  studiato all’Università Cattolica di Lovanio, in Belgio; alla Facoltà di Teologia della Pontificia Accademia di Teologia a Cracovia; all’Università di San Bonaventura a New York;  e, ancora giovanissimo, ha ricoperto l’incarico di preside della Pontificia Facoltà Teologica San Bonaventura a Roma, dove ha eretto una “Cattedra Kolbiana”. Nel 2009 è stato nominato relatore nella Congregazione delle Cause dei Santi.

“Padre Kolbe è un gigante della santità”, ci ha detto Padre Kijas. “E’ un personaggio che sfugge a ogni tentativo di definizione perché la sua visione della vita, del mondo era talmente centrata in Dio da non avere confini. Fu sempre molto malato, ma svolse egualmente una mole di attività missionaria incredibile, affrontando difficoltà di ogni genere, viaggi per quei tempi faticosissimi, servendosi di tutti i mezzi possibili, anche quelli che allora sembravano d’avanguardia, e toccando tutti i campi in cui la sua azione poteva portare un raggio di luce evangelica. Un santo di grande attualità, che continua ad agire e a operare nel nostro tempo attraverso i milioni e milioni di persone che ispirano la loro condotta ai suoi insegnamenti. E’ patrono dei giornalisti, delle famiglie, dei carcerati, del movimento per la vita, delle persone tossicodipendenti, dei teologi mariani e altro ancora. Un santo veramente universale, amato da tutti”.

In una lettera scritta nell’ottobre del 1941, la madre di Massimiliano Kolbe rivelò che suo figlio, intorno ai dieci anni, ebbe una apparizione della Madonna. Secondo lei, simili episodi, frequenti  in tempi lontani, come il Medioevo, possono avvenire anche nel nostro tempo?

La vita spirituale è una vita vera,  più vera di quella fisica. Dio, la Madonna, i Santi sono molto più vivi di noi. La Madre di Dio è assunta in Cielo anche con il Suo corpo mortale per un privilegio unico che Dio ha voluto concederLe, ma anche per mostrarci che tutti siamo chiamati a giungere, se ci saremo aperti all’Amore di Dio, a godere di Lui e della piena comunione con i nostri fratelli, non solo con lo spirito, ma anche con il corpo.

Nella vita spirituale possono esserci dei momenti particolari in cui il Signore decide di dare dei segni per aiutare la nostra debolezza nella fede, per sostenere una persona che dovrà affrontare missioni particolarmente difficili o persecuzioni. Pensiamo, per esempio, alla Trasfigurazione di Gesù di cui parla il Vangelo, di fronte agli occhi stupiti di Giovanni, Giacomo e Pietro: un fenomeno che doveva prepararli allo scandalo della croce.

Probabilmente qualcosa del genere accadde anche a San Massimiliano che era chiamato ad una vita intensa e difficile, che doveva concludersi con il martirio. Dio, attraverso la Sua Madre Immacolata, ha probabilmente voluto sostenere la fede di Padre Kolbe e l’esercizio delle sue virtù con quel dono fuori dalla norma.

Padre Kolbe è famoso per la sua devozione alla Madonna e per le iniziative che ha diffuso nel mondo legate a quella devozione.  Pensa che tutto sia stato originato da quella straordinaria esperienza fatta a dieci anni?

Potrebbe essere.  Ma non sono le esperienze straordinarie che fanno la santità e la grandezza anche umana di una persona. Credo  che il segreto della santità di Padre Kolbe vada ricercato  nella sua scelta di vivere quotidianamente in unione con Dio e nell’impegno di voler servire i suoi fratelli. Questa fiamma di amore che brucia sempre nel cuore dei santi ha originato l’enorme attività svolta nel corso della sua vita da San Massimiliano e il suo gesto eroico finale di dare la vita perché un altro condannato si  salvasse.

Un aspetto che colpisce molto leggendo la vita di Padre Kolbe è costituito dalla quantità di opere da lui create e che seguiva personalmente: era un uomo di preghiera o di azione?  

La contemplazione vera non esiste senza l’azione intensa. Così anche un’azione che non prevedesse la contemplazione, sarebbe un’azione vuota. Marta e Maria, le due donne di cui parla il Vangelo,  sono solo due aspetti di un’unica realtà. Entrambe hanno accolto il Signore e i problemi sono nati solo quando Marta (l’azione), voleva prevalere.

Padre Kolbe ha vissuto in questo equilibrio. Ha voluto lavorare, faticare, ma anche giocare,  riposarsi, curarsi.  Chi è vissuto con lui ha raccontato che mangiava come tutti, dormiva come tutti, anche se non molto, soffriva come tutti.

I Santi sono uomini e donne che hanno permesso all’Amore di Dio di riempire la loro umanità. Cioè, essi sono uomini e donne ricchi, pieni, come un ventaglio che apre tutte le sue pieghe. Per essere santi non bisogna “mortificare” nessun aspetto della nostra umanità, ma lasciare che tutto sia davvero preso dall’Amore di Dio.

Padre Kolbe fondò la “Milizia dell’Immacolata nell’ottobre del 1917. In quello stesso mese scattava la rivoluzione d’ottobre in Russia, cioè il Comunismo ateo e in quel mese si chiudevano le apparizioni della Madonna a Fatima.  Secondo lei, ci potrebbe essere una relazione tra le apparizioni della Madonna a Fatima  la fondazione della “Milizia dell’Immacolata”?

 Penso che ci sia certamente un legame. Il 1917 fu un anno molto particolare e drammatico, in cui sembra che il Signore abbia voluto farsi presente in modo concreto tra gli uomini quasi per dire: la storia è comunque nelle mie mani! Dio rispetta anche le nostre scelte di morte, ma interviene poi, dove noi abbiamo distrutto, e, se Lo lasciamo fare, la vita rinasce, anche là dove avessimo fatto noi, con le nostre mani, il deserto.

 Mi sembra che si possa dire che, in un’epoca come in quegli anni piuttosto oscuri, Dio abbia voluto contrapporre la Bellezza e Forza d’Amore della Sua Madre Immacolata. Il messaggio di Fatima, se da un lato parla della necessità della conversione, dall’altra assicura il trionfo del Cuore Immacolato di Maria.

 Kolbe, scrivendo sulla Milizia dell’Immacolata e sul suo scopo, parla di conversione dei peccatori, di lotta contro il male, ma ancor di più parla di volontà di portare la felicità vera a tutti, di far conoscere a tutti gli uomini di tutti i tempi (sono sue parole) “che abbiamo una tenerissima Madre, che vuole camminare con noi e insegnarci l’Amore vero, quello di Dio”>>.

Padre Kolbe fondò la “Milizia dell’Immacolata” insieme ad altri sei confratelli. Ottenne subito l’approvazione dei superiori, ma per un intero anno l’iniziativa rimase ferma, sembrava non interessasse a nessuno. Nel frattempo, due dei fondatori  morirono e subito l’iniziativa cominciò ad attrarre l’interesse. Padre Kolbe commentò: <<I miei due confratelli che sono morti devono aver lavorato duramente per la Milizia dell’Immacolata in paradiso, dato che dopo la loro morte tutte le difficoltà sono svanite…>>, dimostrando così  di avere una grande fede nel dogma della “Comunione dei santi”. Cosa pensa il teologo di questo dogma, del quale non si sente quasi mai parlare?

La comunione dei Santi è una realtà spirituale meravigliosa che forse dimentichiamo un po’, privandoci così del bene che viene dal collegamento che possiamo avere con coloro che sono già entrati nell’Eternità e che sono vivi in Dio. Basta comunque fare più attenzione a questa dimensione della vita cristiana per sperimentare subito aiuto, gioia che consegue alla comunione con i nostri amici del Cielo, pace che ci viene dal renderci conto per esperienza che la vita comprende il tempo e l’eternità, non sono due mondi, ma un unico mondo con due dimensioni. Provare per credere!

Inoltre, mi sembra che entrare in questa verità, in cui senz’altro Kolbe è vissuto, può essere anche molto consolante. Quando perdiamo una persona cara, la possibilità di sperimentare la comunione con lei in un modo nuovo, tutto spirituale, ma molto reale, è una cosa bellissima. Soprattutto per quelle mamme che hanno vissuto la terribile esperienza dell’aborto volontario e portano drammaticamente il senso di colpa per aver ucciso il proprio figlio. Scoprire che il bambino è vivo, dargli un nome, chiedergli perdono, e farsi addirittura aiutare dalla sua preghiera, può essere davvero un balsamo su una ferita terribilmente profonda e  sempre aperta>>.

Giovanni Paolo II  ha proclamato San Massimiliano Kolbe “patrono dei nostri difficili tempi”: quel è il messaggio principale che i cristiani d’oggi possono  ricavare dalla vita di questo santo?

Credo che questo nostro tempo non sia tanto da “vincere” o “sconfiggere” quanto da “vivere bene”, portando il Sommo Bene, là dove ci fosse il male. E credo che quando Giovanni Paolo II affidò questi tempi a San Massimiliano, ricordasse bene che egli era un martire della Carità, cioè dell’Amore infinito di Dio, che poteva aiutare gli uomini e le donne di oggi a portare tale Amore nella nostra storia travagliata.

La “battaglia” che Kolbe ha ingaggiato è stata questa: mettere Amore al posto dell’odio, perché quest’ultimo retrocedesse, non avesse più spazio. Come possiamo fare questo? Sentendoci tutti chiamati in causa, come si sentì chiamato in causa San Massimiliano. Facendo scelte di bene, aprendoci alla Carità di Dio, lasciando che i criteri del bene regolino le nostre scelte, le nostre decisioni, i nostri progetti. Solo amando Dio e amandoci fra noi “come Lui ci ha amati”, è possibile capire che cosa bisogna fare oggi perché la nostra società, il nostro mondo sia più umano, più vero e ognuno trovi dignitosamente posto per vivere da “persone”.