Don Andrea Pitrolo è un giovanissimo sacerdote della Chiesa cattolica che svolge il proprio servizio pastorale nella Diocesi di Noto. Sostiene, convintamente, che attraverso la musica il messaggio evangelico possa filtrare con più incisività nel mondo giovanile. Ha pubblicato, a tal proposito, un agevole libro dal titolo “Il cristianesimo anarchico di Fabrizio De Andrè”, si tratta di una rilettura dei passaggi chiave che il cantautore italiano ha impresso nelle proprie canzoni.

Attualmente è impegnato in un tour di presentazione nel quale “musica e parole” sono il contenuto delle serate e dove il confronto e la “catechesi” trovano un posto privilegiato. Ogni occasione è buona per parlare del messaggio evangelico di Cristo, anche attraverso le parole di De Andrè. Di seguito alcune domande che Frammenti ha voluto proporre al sacerdote siciliano.

Perché hai deciso di scegliere proprio De Andrè tra i cantautori?

Ci sono arrivato cammin facendo. Molti pensano ch’io sia da sempre un appassionato di De Andrè, in verità lo sono da quando l’ho scoperto. Premetto che sono sempre stato appassionato di musica e che nel mio repertorio ci sono sempre stati Bocca di rosa, La guerra di Piero e ovviamente Don Raffaè, tuttavia approcciandomi in maniera diversa al loro autore, le ho riscoperte. Da sempre avevo sentito parlare dell’originalità di De Andrè e, avendo in mente questo progetto, l’ho voluto coinvolgere per primo: è stato un intenso lavoro di ricerca – oserei dire anche – empatica.

Come può il cristianesimo essere anarchico?

Ovviamente l’affermazione si presenta come un ossimoro, ma in realtà c’è qualcosa di più. Il De Andrè, trovandosi a parlare della sua idea di anarchia, ne rispolvera una definizione scolastica. Anarchia significa che uno pensa di essere abbastanza civile per riuscire a governarsi per conto proprio, attribuendo agli altri, con fiducia, le sue stesse capacità. Dunque – oserei dire – una definizione più che positiva rispetto all’ideale odierno di anarchia (assenza di regole). Il Cristianesimo si inscrive in questa capacità di auto-governarsi, somigliante nell’ideale, a quello che da sempre i cristiani chiamiamo libero arbitrio.

Analizzando i testi del cantautore quali sono i passaggi più “critici” per un cattolico?

Suppongo tu ti riferisca alle critiche che in molti dei suoi testi (forse in tutti) il cantautore solleva nei confronti della Chiesa (così come anche dello Stato e di tutte le istituzioni). È un atteggiamento critico che mette il dito laddove le piaghe sanguinano maggiormente. Un esempio è Il testamento di Tito. Quando mi capita di parlarne con qualcuno mi dicono «Quanto è duro nei confronti della religione». In verità non è proprio esatto. De Andrè in quel brano dà un’idea di come potrebbero cambiare le leggi se fossero scritte da chi il potere non ce l’ha; in questo caso, essendo uno dei due ladroni crocifissi con Gesù a parlare, se la prende con l’autorità del tempo che era religiosa e civile, mettendo in discussione singolarmente il Decalogo veterotestamentario, unica luce per l’ebreo del tempo. C’è anche da dire che le critiche fanno progredire in meglio (se sapute porre e sapute accogliere).

Durante la presentazione del libro cosa ti chiedono i giovani?

All’inizio sono un po’ scettici dell’accostamento: «Cosa c’entra Dio con De Andrè?». Poi vedo che iniziano a convincersi dell’“evangelicità” di certi testi. Dire evangelicità può suonare fastidioso sia per i cattolici che per gli agnostici, perciò mi permetto di scriverlo sempre virgolettato e di specificare che il mio intento non equivale ad inserire Fabrizio De Andrè all’interno di una confessione religiosa o – peggio – eleggerlo ad ateo devoto ante litteram. Io parlo di una “teologia” che parte dai suoi testi e giunge a Cristo in modo umano, quotidiano, ordinario. I giovani mi sembrano molto interessati a questo argomento. Sono quelli che spesso ti dicono «Dio sì ma Chiesa no». È nostro compito fargli capire l’intima unione tra Cristo e la Chiesa.

Pensi che le canzoni siano un linguaggio da usare per proporre il messaggio evangelico?

Assolutamente sì! La musica è da sempre il mezzo migliore per trasmettere un’emozione, un’idea, un concetto, etc… la musica è un ottimo mezzo per trasmettere il Vangelo. Oggi viviamo in un’epoca privilegiata dato che anche il fare musica è alla portata di tutti: dobbiamo approfittarne. Quando il Vaticano II parla di «leggere i segni dei tempi», si riferisce – a mio modesto parere – proprio a questo: utilizzare i metodi più consoni al tempo per trasmettere senza sosta la buona novella.

Quali sono i prossimi appuntamenti?

Da qualche mese sto girando alcune piazze con una sorta di serata “musica e parole”, dal titolo “Il Dio di De Andrè”, camuffata da presentazione del libro. Dico così perché mi concentro più sui contenuti del libro (e altri non scritti) più che sul libro in se. Giro insieme a una band di amici musicisti: suoniamo i brani di De Andrè e ne facciamo un’esegesi dei testi. Insieme a me intervengono anche altri a dire la loro esperienza, o a muovere la loro critica: sono momenti di confronto, in cui sento ancor più forte che la mia chiamata è quella di annunciare il Vangelo di Cristo e quindi di farlo in tutti i modi possibili. Il “tour” estivo si concluderà a Pachino (SR) il prossimo 23 agosto, per l’autunno e l’inverno ci stiamo ancora pensando.