Una donna esigente, che sa, però, riconoscere i talenti altrui, consapevole che essere testimoni credibili è vivere la grazia dell’agire coerentemente con quello che si dice. Così si descrive a Frammenti di Pace, Lidia Borzì, presidente delle Acli di Roma, affezionata al suo paese d’origine, Linguaglossa (Catania), e legatissima alla memoria del fratello Angelo, prematuramente scomparso, che, per primo la introdusse nel mondo del volontariato e dell’associazionismo cattolico. La Borzì ha avuto la fortuna di incontrare un uomo, il marito Andrea, manager affermato, che, fin dall’inizio, l’ha sostenuta nel suo percorso con le Acli. La Vergine Maria e san Pio da Pietrelcina sono i suoi «alleati in cielo» lungo il cammino in terra.

Che donna è Lidia Borzì?

Sono una persona felicemente sposata, anche se non ho figli, grazie a mio marito Andrea, che mi ha sostenuto sempre in questa mia strada nel volontariato, che ho iniziato a respirare da piccola, a casa, perché la mia famiglia è sempre stata sensibile e ho sempre sentito questo bisogno. In precedenza, ero direttrice di un centro di formazione professionale, mi occupavo di consulenza per progetti europei e, nel frattempo, mi dedicavo al volontariato nelle Acli. Pian piano gli impegni sono diventati tanti e oggi mi occupo solo delle Acli, grazie anche a una situazione familiare favorevole, ma sicuramente è molto faticoso. Mio marito vive a Verona e io a Roma, lui viene nel fine settimana e spesso io sono impegnata, però siamo molto uniti e questo sicuramente ci aiuta tanto, perché un incarico del genere non lo potresti svolgere se non hai un marito o un compagno che ti sostiene.

Vi uniscono i caratteri. E la fede?

Mio marito sicuramente non è una persona di fede, nel senso di frequentazione abituale della chiesa, però è una persona moralmente molto retta e di grandi valori. Lui è manager di una grande azienda, quindi questo ci rende complementari e ci permette un confronto. I miei studi sono stati di carattere economico, di gestione e di organizzazione del no profit, quindi, da questo punto di vista, sono stata piuttosto avvantaggiata. Il confronto tra noi due è molto ricco, perché io cerco di scoprire le cose dal suo punto di vista, ma anche lui ha acquisito, attraverso di me, la conoscenza di un mondo che non gli era familiare e che, invece, dà un valore aggiunto anche al suo lavoro.

Come è entrata nelle Acli?

Ho un fratello, Angelo, che purtroppo è venuto a mancare ed era la gioia della mia vita, la luce dei miei occhi… È lui che mi ha avvicinato al volontariato. Angelo era promotore sociale delle Acli a Linguaglossa e intanto lavorava come giornalista. All’inizio gli davo una mano a organizzare la tombola di beneficenza nel paese, poi ho incontrato un dirigente delle Acli nazionali che, quasi per caso, mi ha sentito parlare. Poi le Acli sono diventate per me una ragione di vita, la mia croce e delizia: è un struttura molto complessa e impegnativa. C’è la sezione del volontariato, quella dei servizi e la sezione più “politica”, di pungolo alle istituzioni. Nella mia presidenza ho anche la fortuna di avere una squadra molto affiatata, innanzitutto a livello umano, quasi di amicizia (dico “quasi”, perché sono molto più grande di loro!), che mi dà una marcia in più. Sono molto esigente, però so anche riconoscere i talenti e i meriti, un po’ per intuito, un po’ per esperienza, un po’ per le batoste che si prendono nella vita.

Che ruolo occupa la Provvidenza nella sua vita privata e nelle Acli?

Secondo me la Provvidenza l’ho toccata con mano, perché ho ereditato una gestione precedente delle Acli di Roma abbastanza complessa, quindi, all’inizio, è stata una strada tutta in salita e, proprio quando le cose sembravano sempre più difficili, è venuta fuori questa Provvidenza che mi ha aiutato, anche economicamente, nell’associazione. Ho recuperato un credito che sembrava perduto, insomma la risposta c’è sempre stata e qualcosa mi ha incentivato ad andare comunque avanti. Noi siamo davvero, come diceva Madre Teresa, delle «matite» in mano a Qualcuno più in alto di noi. Chiaramente dobbiamo fare la nostra parte, perché non è che la matita si muova da sola; la Provvidenza, poi, la devi anche un po’ aiutare, non puoi certo metterti su una poltrona e aspettare che, grazie alla Provvidenza, si risolva tutto, perché lì resteresti…

Qual è la sua opinione riguardo ai cattolici divisi tra l’impegno nei temi sociali e la difesa dell’etica cristiana? A suo parere questa divisione potrebbe essere superata allargando i valori non negoziabili, come suggerisce papa Francesco?

È un tema molto delicato, che va gestito con molta cautela e anche con molta capacità di accogliere il pensiero dell’altro, perché quello che ci sta insegnando papa Francesco è che aprire le porte a tutti, non significa abbassare l’asticella di ciò che è non negoziabile; significa, invece, avere una fede con un altro tipo di approccio, che è quella dell’accogliere chi è in difetto (di che cosa, poi?), quindi metterci nella logica dell’ascolto, aprire le porte, perché ogni persona che ti ha fatto del male, che ha fatto qualcosa di sbagliato, la devi accogliere. È questo il senso, poi ognuno lo può declinare come vuole. In ogni caso, abbiamo avuto la fortuna (e qui la Provvidenza per noi è stata davvero munifica) di vederci arrivare questo Pontefice. Papa Francesco è veramente un segno tangibile e vivente della Provvidenza: a volte non è per nulla compreso e persino offeso e questo ci fa soffrire tanto, perché, invece, lui è molto lungimirante. Penso al gesto che ha fatto in Egitto lo scorso aprile, a una settimana da una strage devastante: ci ha insegnato che se uno ti dà uno schiaffo, ti devi girare per farti dare uno schiaffo sull’altra guancia. Mi rendo conto che non è semplice perché, a volte, anch’io ho avuto qualche problema nel perdonare, però questo sforzo va fatto, perché è qualcosa che ti fa fare un grande salto di qualità.