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“Ora, lege et labora”: presente e futuro di speranza

Quale fu il pensiero di San Benedetto sull’Europa? Quel progetto e quella spiritualità sono ancora attuali? In che modo il cristianesimo può essere una soluzione per il presente e il futuro del Vecchio Continente? Cultura, spiritualità, lavoro, quali risposte per un nuovo Umanesimo Cristiano che abbracci l’Europa da Lisbona a Vladivostok?

Queste ed altre domande “Frammenti di Pace” le ha rivolte a Stefano Visintin, padre Rettore del Pontificio Ateneo Sant’Anselmo.

Ci ha detto il Rettore:

C’è un grande dibattito sull’Unità dell’Europa. Ci sono forze che spingono per la divisione e altre che stanno cercando di ricucire gli strappi. San Benedetto è patrono dell’Europa. Cosa avrebbe detto se fosse vissuto ai tempi di oggi?

In un momento di crisi per il mondo di allora, San Benedetto era andato innanzitutto alla ricerca del fondamento dell’esistenza, di Dio. Sulle basi di questa esperienza fondamentale mediata dal cristianesimo e in cui ci si scopre “figli” e fratelli, si è poi sviluppato un modello di esistenza sociale e comunitaria teso alla valorizzazione e allo sviluppo di ogni persona umana, in quanto persona e non semplice numero, a prescindere dalle differenze sociali, culturali, etniche o nazionali.

La sua prima motivazione non era quindi civilizzatrice o culturale, ma religiosa e spirituale. Una spiritualità in cui scorre la linfa evangelica, che condensa saggezza ed esperienza umana con un profondo intuito dei segni e dei bisogni dei tempi. E a questo invita anche noi per riscoprirci persone e comunità.

Attraverso la salvaguardia dei libri, delle biblioteche, della scrittura e delle scuole, i Benedettini salvaguardarono la conoscenza antica e permisero la trasmissione e la rinascita della cultura.

È possibile riproporre un nuovo umanesimo per l’Europa che si estenda da Lisbona a Vladivostok?

Il nuovo umanesimo, l’uomo nuovo, è frutto della riscoperta e della attualizzazione della comune tradizione cristiana, trasmessa anche con l’aiuto dei benedettini. Il cristianesimo non è una realtà del passato, ma del presente e soprattutto del futuro. Nel mentre contempla Dio tramite la mediazione dell’anticipazione del futuro che si è avuta in Gesù Cristo, agisce concretamente nello Spirito in cui tutti esistiamo per cooperare a formare l’uomo nuovo, l’umanità nuova. Un guardare in alto, nello studio e nella preghiera, per poter operare, nel lavoro quotidiano, per avanzare verso il futuro che ci attende guardando a Cristo, uomo nuovo, sostenuti dallo Spirito.

Enorme il contributo spirituale che San Benedetto e i benedettini diedero all’Europa. La secolarizzazione sta facendo danni, ma l’Europa con le confessioni cattoliche, protestanti e ortodosse rimane fondamentalmente cristiana. Ebraismo e Islam sono religioni abramitiche, quindi è possibile rilanciare una grande spiritualità europea. Come ha detto il cardinale Marx, la religione può essere la soluzione e non il problema dell’Europa. 

Può dirci in che modo la spiritualità benedettina può contribuire al bene ed all’unità dell’Europa?

Come nota il Papa nel suo discorso di sabato 28 ottobre 2017 ai partecipanti alla conferenza “(re)thinking Europe”, «oggi tutta l’Europa, dall’Atlantico agli Urali, dal Polo Nord al Mare Mediterraneo, non può permettersi di mancare l’opportunità di essere anzitutto un luogo di dialogo, sincero e costruttivo allo stesso tempo, in cui tutti i protagonisti hanno pari dignità. Siamo chiamati a edificare un’Europa nella quale ci si possa incontrare e confrontare a tutti i livelli, in un certo senso come lo era l’agorà antica. Tale era infatti la piazza della polis. Non solo spazio di scambio economico, ma anche cuore nevralgico della politica, sede in cui si elaboravano le leggi per il benessere di tutti; luogo in cui si affacciava il tempio così che alla dimensione orizzontale della vita quotidiana non mancasse mai il respiro trascendente che fa guardare oltre l’effimero, il passeggero e il provvisorio. Ciò ci spinge a considerare il ruolo positivo e costruttivo che in generale la religione possiede nell’edificazione della società. Penso ad esempio al contributo del dialogo interreligioso nel favorire la conoscenza reciproca tra cristiani e musulmani in Europa».

La spiritualità benedettina con il suo «ora et labora» o, meglio, «ora, lege et labora» è costruita su questo incrocio tra dimensione trascendente che fa «guardare oltre l’effimero, il passeggero e il provvisorio» e «dimensione orizzontale della vita quotidiana» che sono dimensioni fondamentali per un dialogo costruttivo e lungimirante. Essa è una spiritualità consona e connaturale a questa agorà, a questa piazza della polis, che secondo il Santo Padre l’Europa deve diventare.

La spiritualità benedettina è poi fondamentalmente una spiritualità cristiana, senza ulteriori specificazioni. Questo in quanto è una spiritualità che si fonda principalmente su Sacra Scrittura e Tradizione antica e che si incarna in una vita quotidiana di lavoro, qualsiasi esso sia. Essa è quindi una spiritualità in cui ogni cristiano può riconoscersi, a prescindere dalla sua confessione.

La spiritualità benedettina oltre che cristiana è infine anche monastica, dove questo attributo “monastica” rimanda a una dimensione che appartiene all’uomo di ogni epoca e luogo: la dimensione della ricerca e dell’esperienza del divino. Su questa base della pratica religiosa è possibile l’incontro e il dialogo con altre religioni.

A Cagliari è in corso la 48a edizione delle Settimane sociali dei cattolici. In che modo l’ora et labora può contribuire ad una buona economia che favorisca progresso e lavoro?

Come si può intuire da quanto sopra detto, il motto «ora et labora» - o meglio «ora, lege et labora» - è un progetto di vita sempre vivo e attuale per l’uomo e le organizzazioni che hanno al centro realmente e concretamente la persona. Queste tre colonne fondamentali (preghiera, lettura/studio, lavoro) fissano i limiti per evitare di essere sopraffatti dal lavoro e dall’ambizione privata distruttiva, ma senza tuttavia fuggire dalla realtà e dall’impegno sociale. Esse sono l’affermazione della priorità della singola persona nei confronti del solo profitto economico e contemporaneamente pongono l’accento sull’aspetto della responsabilità sociale di ognuno e sulla conseguente necessità di trovare un equilibrio tra attività e contemplazione.

In questa linea si pongono le affermazioni del Papa che nel sopracitato discorso ai partecipanti alla conferenza “(re)thinking Europe” nota come «l’Europa che si riscopre comunità sarà sicuramente una sorgente di sviluppo per sé e per tutto il mondo. Sviluppo è da intendersi nell’accezione che il Beato Paolo VI diede a tale parola. “Per essere autentico sviluppo deve essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo. Com’è stato giustamente sottolineato da un eminente esperto: ‘noi non accettiamo di separare l’economico dall’umano, lo sviluppo dalla civiltà dove si inserisce. Ciò che conta per noi è l’uomo, ogni uomo, ogni gruppo d’uomini, fino a comprendere l’umanità intera’”».

Il lavoro contribuisce sicuramente a questo sviluppo personale e l’«ora et labora» lo evidenzia dando significato e importanza al lavoro che entra nella definizione stessa del monaco, il quale è tale se vive del lavoro delle proprie mani. Il lavoro non è un disturbo alla preghiera e alla contemplazione. Ha sicuramente anche un valore ascetico, ma alla fine è una realtà necessaria alla realizzazione dell’uomo, un qualcosa che lo fa più uomo. E questo vale per ogni lavoro, manuale o intellettuale, ognuno ha la sua dignità, se viene svolto nell’umiltà e nell’obbedienza, senza cercare la sola affermazione personale che lo renderebbe il fine primario della vita monastica che invece è solo e sempre la ricerca di Dio.

Questo lavoro può tuttavia mancare e la crescente automatizzazione dei processi lavorativi ridurrà sicuramente nel tempo il numero delle persone impiegate. Nota il Papa, sempre nello stesso discorso, «sarebbe opportuno anche riscoprire la necessità di una concretezza del lavoro, soprattutto per i giovani. Oggi molti tendono a rifuggire lavori in settori un tempo cruciali, perché ritenuti faticosi e poco remunerativi, dimenticando quanto essi siano indispensabili per lo sviluppo umano… Spetta parimenti ai governi creare le condizioni economiche che favoriscano una sana imprenditoria e livelli adeguati di impiego. Alla politica compete specialmente riattivare un circolo virtuoso che, a partire da investimenti a favore della famiglia e dell’educazione, consenta lo sviluppo armonioso e pacifico dell’intera comunità civile».

A tale riguardo potrebbe essere anche utile parlare della “povertà monastica” che è un concetto diverso da quello che abbiamo dopo la comparsa degli Ordini religiosi cosiddetti “mendicanti”. San Benedetto nella sua Regola non tratta esplicitamente della povertà, ma del modo di possesso dei beni. Quello che va evitato è un possesso che rende schiavi dell’oggetto posseduto in quanto chiude su questo oggetto quell’orizzonte che deve stare sempre aperto sull’infinità di Dio e che ci rende, per questo motivo, liberi. I rimedi contro il modo cattivo di possedere sono il ricevere tutto dalle mani dell’Abate come dono e il non considerare nulla come proprio, ma comune.

L’accesso a questa comune ricchezza dà, sul lato pratico dell’esistenza, la possibilità di formarsi, di prepararsi, di aggiornarsi, di apprendere una nuova attività con la necessaria tranquillità economica. In questo, questa forma di possesso comune non è lontana da quanti oggi pensano a un reddito universale di base per dare a tutti quella tranquillità finanziaria necessaria per provare sempre nuove cose e acquisire nuove competenze, come la società futura esigerà. 

Questo reddito universale di base è una forma di sicurezza per i cittadini di una data società in cui tutti i residenti di un paese ricevono regolarmente e incondizionatamente una somma di denaro, da un governo o da un’istituzione pubblica, oltre a qualsiasi reddito ricevuto altrove. Questo potrebbe essere un modo per affrontare la sfida generazionale che ci attende, per creare nuovi posti di lavoro, per un rinnovato senso di finalità e per assumere grandi progetti significativi.

Antonio Gaspari

02 novembre 2017  Indietro

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