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A Varsavia il Museo del Soccorso ai Bambini Ebrei intitolato a Madre Matylda Getter (2a parte)

Di che cosa si occupavano le Suore Francescane della Famiglia di Maria prima della Seconda Guerra Mondiale? 

Le sorelle lavoravano nel campo educativo con 60 scuole pubbliche, 44 orfanotrofi e 58 asili, ma si occupavano anche dell’assistenza infermieristica negli istituti per anziani e negli ospedali. Prima della guerra c’erano 1.120 suore nelle 160 case della Congregazione; la Casa generalizia si trovava a Leopoli (oggi in Ucraina).

Cosa è cambiato con la guerra e con l’occupazione tedesca della Polonia?

Le suore condividevano il destino della nazione. Di fronte alle disgrazie della guerra, le suore si impegnavano a curare i feriti, nascondere i soldati, aiutare le organizzazioni clandestine polacche, accogliendo gli sfollati, gli orfani di guerra e i poveri. Inoltre aprirono le porte delle loro case e i loro cuori agli ebrei, in particolare ai bambini.
L’aiuto venne organizzato e diretto dalla Madre generale Ludwika Lisowna a Leopoli, e dalla Madre provinciale Matylda Getter a Varsavia. L’aiuto agli ebrei è stato dato dalle sorelle in tutte le case della Congregazione.

Quanti ebrei hanno salvato le sue consorelle?

Secondo i dati raccolti, risulta che le Suore Francescane della Famiglia di Maria abbiano salvato oltre 750 ebrei, tra cui più di 500 bambini e circa 250 adulti; hanno fornito assistenza a breve termine a circa 400 ebrei e hanno aiutato per lunghi periodi oltre 150 persone. Questo è stato il contributo della mia Congregazione alla grande campagna d’aiuto agli ebrei intrapresa dai polacchi: si stima, che grazie a tale aiuto, in Polonia siano stati salvati circa 300mila ebrei.

Quanti polacchi sono stati coinvolti nell’aiuto agli ebrei?

È difficile valutare quanti polacchi si prodigarono nel salvataggio degli ebrei, ma le stime parlano di un numero compreso fra 160mila e 360mila persone. Circa 1.500 polacchi morirono per aver aiutato gli ebrei.

Un ruolo particolare è stato svolto da madre Matylda Getter, la provinciale a Varsavia, che, secondo i testimoni, ebbe grandi meriti nel salvare i bambini ebrei. Chi era madre Getter?

Era una persona che irradiava bontà, amore e gentilezza. Era consapevole di essere in pericolo di vita, aveva paura, ma non si rifiutava di aiutare nessun ebreo, bambino o anziano.

Vale anche la pena ricordare la figura di Irena Sendler, un’infermiera polacca che collaborò con la Resistenza nella Polonia occupata per far uscire di nascosto dal ghetto di Varsavia i bambini ebrei. I bambini necessitavano di documenti falsi e di rifugi fuori dal ghetto. Secondo la Sendler, «Madre Getter si impegnò ad accogliere ogni bambino ebreo» e si ritiene che il suo impegno abbia salvato 2.500 bambini.

Ovviamente i bambini accolti da madre Getter nella casa a Varsavia, in via Hoza 53, dovevano essere mandati negli orfanotrofi, le ragazze nelle famiglie di fiducia, e gli adulti nelle altre case della Congregazione.

I tedeschi non cercavano i bambini ebrei? 

Sì, ma le suore usavano tutti i mezzi per non farli riconoscere e garantire la sicurezza: fasciavano loro la testa, ossigenavano i capelli, applicavano finte medicazioni e, prima di tutto, li trasportavano in altre case della Congregazione, lontane dal ghetto.

Questa grande opera di salvataggio dei bambini ebrei è stata possibile grazie all’aiuto fornito a madre Getter dal Dipartimento dell’Aiuto Sociale del Municipio di Varsavia diretto da Jan Starczewski. Purtroppo quest’uomo eroico fu arrestato nel 1943 e imprigionato ad Auschwitz e poi in altri campi della Germania: fu una grande perdita per gli orfanotrofi. Inoltre madre Getter poteva contare anche sul Consiglio per gli aiuti gli ebrei (“Zegota”), sul personale degli ospedali di Varsavia e provincia, sui parroci e su altre persone. 

I bambini ebrei salvati dalle suore hanno continuato a rimanere in contatto con voi?

Tanti cercavano le suore che li avevano salvati, tanti rimasero in contatto con noi. Conserviamo molte loro lettere. Vorrei citarne un paio. Lidia Kleinmann dagli Stati Uniti ci ha scritto: «Sono grata a Dio che, in un periodo così tragico, ho incontrato le sorelle che non solo mi salvarono la vita, ma mi diedero una casa, l’affetto e una base morale». 

Lila Goldschnidt, anche lei salvata da noi, ha scritto da Milano: «Non dimenticherò quel momento della mia vita. Madre Getter era in un piccolo giardino in via Hoza, mi sono avvicinata a lei e ho detto che non avevo un posto dove andare, che ero ebrea e quindi fuori legge. Madre Getter mi rispose, e qui cito le sue parole: “Bambina mia, chiunque viene nel nostro cortile e chiede aiuto, nel nome di Cristo, non possiamo rifiutare”. Di tutto il periodo della guerra, di tutta la mia terribile esperienza, quello è stato uno dei pochi momenti che sono rimasti nella mia memoria come se fosse oggi».

Janina Dawidowicz ha scritto: «Dopo aver lasciato quell’inferno (il ghetto), dove ho perso la fede nelle persone e nell’esistenza di qualsiasi bene sulla terra, sono entrata in un ambiente in cui mi è stato insegnato il senso dell’amore e l’amore di Dio per le persone. Per me è stata una rivelazione assoluta. Ho creduto, perché senza questa fede non avrei potuto sopravvivere negli anni successivi della mia vita».

Perché madre Getter, come tante altre suore e sacerdoti, ha rischiato la sua vita e quella delle consorelle per aiutare sconosciuti bambini ebrei?

Madre Getter credeva che quei bambini «li manda Dio», quindi «devi aiutarli». E magari conosceva le parole scritte nel Talmud Babilonese: «Chi salva una vita salva il mondo intero».

Wlodzimierz Redzioch


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05 agosto 2018  Indietro

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