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il Paradiso!


Quando il parroco comincia a scrivere romanzi

Una giovane donna con il marito che si è dileguato. Una figlia adorata che ha iniziato a consumare droghe. Una vita serena che sembra spezzarsi di fronte alle difficoltà. 

Così inizia il romanzo “Riscoprirsi madre”, scritto da don Alessandro Carioti e appena pubblicato da Tau Editrice.  

È la storia di una madre che pratica la pazienza, il coraggio, la fede e la speranza.

Il dolore e la sofferenza umana si presentano varie volte, in maniera intensa e inaspettata. Quello che stupisce è la capacità di reagire con rinnovata fiducia e fede sicura.

Ingiustizie, solitudini, incomprensioni rischiano di trasformare tutti in vittime innocenti; invece la tenerezza, l’umanità e il rapporto con Dio fanno miracoli, riescono a farti accettare anche la morte di una persona cara.   

Don Alessandro Carioti, parroco della parrocchia Maria Madre della Chiesa di Catanzaro, è alla sua prima fatica come romanziere.

Docente di teologia, direttore del Centro diocesano per le vocazioni, autore finora di diverse pubblicazioni di carattere teologico e pastorale, don Alessandro è anche un attivissimo organizzatore di incontri e percorsi di fede per i giovani.

“Frammenti di Pace” lo ha intervistato.

Caro don Alessandro, finora avevi scritto saggi di teologia e di pastorale. Come ti è venuta l’idea di scrivere un romanzo?

I libri di teologia o di pastorale, normalmente, trattano tematiche di fede e, nella maggior parte dei casi, diventano oggetto di studio per gli “addetti ai lavori” e i seminaristi, o spunto di riflessione per i ferventi cristiani.

L’idea di scrivere un romanzo non è nata in poco tempo. Sono trascorsi cinque anni prima che mi decidessi a realizzarla. Ho dedicato molto tempo ai giovani e anche a numerosi percorsi di formazione per le famiglie, così mi sono così reso conto che potevo, anzi dovevo, scrivere un libro che fosse alla portata di tutti, un libro capace di coinvolgere giovani e adulti.

Quella della narrazione poteva essere, dunque, una strada da sperimentare. Mi è sembrata una via utile per riuscire a tirar fuori alcune idee che avevo in mente e, attraverso un messaggio di speranza, poter esprimere la fede, senza oscurare o deformare quei valori cristiani che ritengo imprescindibili.

Oggi, dopo averlo scritto, vedendolo pubblicato, mi rendo conto di aver fatto bene. Non solo: mi sono persuaso del fatto che la narrazione è una forma comunicativa molto efficace e diretta.

Da dove hai preso spunto per costruire la storia?

La storia è totalmente ideata da me, è frutto di fantasia. Non si ispira a situazioni o vicende realmente accadute. Nonostante ciò, come molti romanzi, il libro tocca sicuramente argomenti particolari e descrive situazioni che riguardano, indirettamente, il nostro vissuto; esprime qualcosa di attuale, entra in contatto personalmente con noi e riguarda esperienze a noi vicine. 

È chiaro che il romanzo non è solo la descrizione di vicende appassionanti e commoventi, perché dietro queste trame c’è uno sforzo: quello di veicolare un messaggio, alcune verità che ritengo importanti e che danno senso non solo ai singoli momenti dell’intreccio, ma anche alla vita di chi legge con attenzione dietro le righe di ogni pagina.

Il tono e lo stile del libro “Riscoprirsi madre” fanno pensare a una sceneggiatura di don Matteo. Il romanzo è improntato alla ricerca del positivo, perché?

“Riscoprirsi madre” è il titolo del libro, ma anche l’idea centrale impressa nella storia. Suggerisce ai lettori che, quando siamo “sotto pressione”, provati, sofferenti, tendiamo di norma ad arrenderci, a rimanere prostrati per il peso delle circostanze che grava su di noi. Il romanzo, invece, fa capire che nelle difficoltà si può cogliere una ragione per continuare a combattere, andando avanti.

Solo così, anzi, tireremo fuori delle potenzialità inedite, delle energie a noi ignote. E questo non vale, evidentemente, solo per la madre di questo romanzo, ma per qualsiasi persona che, con fede, sia disposta a non guardare a se stessa e alla propria esistenza nell’ottica dell’abbandono, della mera rassegnazione, peggio ancora della disperazione.

Le diverse vicende manifestano la forza della speranza che consente, anche se sicuramente non in maniera facile, di aprire una “finestra nel buio” per far luce sulla propria identità e conoscere meglio se stessi e il senso della propria esistenza.

Il libro mette un punto fermo: non bisogna mai chiudersi nel silenzio muto dei propri problemi. Occorre scoprire nelle persone giuste la forza necessaria che, in quel momento, manca a noi. Bisogna avere l’umiltà di chiedere aiuto.

I personaggi di questa storia, in fondo, gridano alla nostra coscienza che, laddove c’è abbattimento e dolore, proprio lì può sempre affiorare una mano tesa, capace di farci rialzare e di farci rivivere. Questo aiuto imprevedibile ha un solo nome: speranza.

Intervista a cura di Antonio Gaspari


07 luglio 2018  Indietro

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