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Oltre la morte, c’è un “infinitamente di più”

Può la morte per leucemia di un bambino di soli tre anni rappresentare un “infinitamente di più” per i suoi genitori? Così è accaduto per Stefano Bataloni e Anna Mazzitelli, coniugi romani, che, alla scomparsa del figlioletto Filippo, avvenuta tre anni fa, si sono posti in ascolto di Dio Padre, che, per loro stessa ammissione, ha dato la forza di non vivere la loro tragedia in modo passivo e di aprirsi a una nuova visione dell’esistenza.

“La malattia di Filippo ha iniziato a spogliarci, ci ha mostrato quanto effimere fossero le cose su cui avevamo fatto affidamento fino ad allora e ci ha mostrato quale era la nostra parte più preziosa”, scrivono Stefano e Anna in una nota su Facebook.

“Abbiamo accolto la Grazia di saper obbedire, di ascoltare veramente, e in questo ci siamo ritrovati liberi, liberi dalla paura, dalla delusione, dalla tristezza, dalla morte – proseguono i coniugi –. Qualcuno ha dato significato a quello che stavamo vivendo. Qualcuno ha spezzato le nostre certezze e le ha rese nutrimento per noi; non ha tolto la malattia di Filippo ma l’ha resa cibo per noi. Qualcuno, attraverso Filippo, attraverso la sua malattia, ha ascoltato le nostre preghiere di madre e di padre e non si è limitato ad assecondarle, ci ha donato infinitamente di più”.

La storia di Filippo ha commosso tante persone, a partire dalla comunità parrocchiale della famiglia Bataloni, facendo poi il giro delle reti sociali. A distanza di tre anni, Stefano e Anna hanno sintetizzato in un libro la loro toccante esperienza. Il volume si intitolerà “Con la maglietta al rovescio”, sarà pubblicato il prossimo marzo per le Edizioni Porziuncola e prevede la prefazione di don Luigi Maria Epicoco, cappellano universitario a L’Aquila e docente di teologia alla Pontificia Università Lateranense, noto per i suoi saggi di spiritualità e per le sue catechesi su TV2000.

Don Epicoco ha conosciuto Stefano e Anna Bataloni la scorsa estate. Dall’amicizia tra il sacerdote e la coppia è nata l’idea della prefazione e di un incontro, tenuto ieri presso la parrocchia romana di San Giovanni Battista de’ Rossi, frequentata dai Bataloni, durante il quale Epicoco ha proposto una ‘lettura biblica’ della vicenda del piccolo Filippo, suggerendo tre passi della Scrittura che gettano una luce diversa su quello che, altrimenti, rimarrebbe un dramma crudele e insensato. Al termine della riflessione di don Epicoco, è stata annunciata la realizzazione del libro.

Introdotto dal giornalista Massimiliano Coccia, il sacerdote ha innanzitutto osservato che “c’è un fascino misterioso anche nella sofferenza” e che, da questo punto di vista, la storia del piccolo Filippo è emblematica. I suoi genitori, ha commentato Epicoco, sono rimasti “umani nella loro sofferenza” e non hanno mai voluto esibire il loro dolore. Quindi la vicenda di Filippo non merita di “finire in un cassetto” ma rappresenta un “infinitamente di più” e insegna che, quando si subisce un lutto si può rimanere “ostaggi di quella perdita” ed eternamente “aggrappati a quell’assenza” oppure, al contrario, scorgervi un segnale per una nuova vita.

Al tal proposito, il primo passo biblico che illumina la storia di Filippo e della sua famiglia è quella di Noemi e Rut (cfr libro di Rut), suocera e nuora entrambe vedove. Noemi si è chiusa nel suo dolore e non desidera essere più di peso per nessun altro. Ha addirittura rinnegato il proprio nome (che in ebraico significa “letizia”), facendosi chiamare Mara. Rut però rimane al suo fianco, pur potendo condividere con lei null’altro che ulteriore afflizione e ulteriore sofferenza. È in questa gratuità straordinaria che entrambe ritrovano il senso della loro esistenza, con Rut che contrae nuovo matrimonio, dando alla luce Obed, padre di Iesse e nonno del re Davide. Questa storia di disperazione illuminata dalla provvidenza si inserisce dunque nella stirpe regale e divina da cui nascerà, alcuni secoli dopo, Gesù, il Messia.

Il secondo episodio menzionato da don Epicoco è il rinnegamento di Pietro, il quale, nella sua sequela a Cristo e nella sua designazione a principe degli Apostoli, “non aveva messo in conto la paura” e, in particolare, “la paura della morte”. Pietro è l’emblema del crollo della idealizzazione di noi stessi e della scoperta di ciò che realmente siamo. Eppure, una volta incrociato lo sguardo di Gesù morente, Pietro scoppia a piangere e le sue lacrime lo salvano perché in esse, incontra “il perdono e la misericordia” assieme alla sua vera natura: niente affatto “perfetto” ma pienamente “umano”. Così, quando in tarda età, sul colle Vaticano, andrà incontro allo stesso supplizio del Signore, Pietro, troverà “il coraggio di non scappare”.

Terzo episodio rivelativo dell’“infinitamente di più” che ci riserva la vita nel dolore è l’incontro dei discepoli di Emmaus con il Risorto (cfr Lc 24,13-53). Nel buio della loro delusione e della loro incredulità, quei discepoli scoprono che “c’è Qualcuno che non li lascia mai soli”, che la Pasqua si manifesta già quando tutti sono ancora in lutto per il Venerdì Santo e che “abbiamo bisogno non di parole ma di Qualcuno”.

Venendo infine al ricordo del piccolo Filippo Bataloni, don Epicoco ha indicato che la “maglietta al rovescio” che darà il titolo al libro, è la metafora di ciò che è “interno” ed invisibile, di ciò che pensiamo sia la “parte sbagliata o contraddittoria” e invece è soltanto la “parte più vera” e, per ciò stesso, “più bella”.

Luca Marcolivio 

27 novembre 2017  Indietro

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