Scateniamo
il Paradiso!


Le strade di papà

Giuseppe Puonzo è un ragazzo che ha voluto raccontare la sua esperienza di vita trascorsa nei villaggi accanto ai ragazzi più disagiati. Il suo libro è un concentrato di umorismo e vita vissuta. I viaggi, la nascita della prima figlia, il rapporto di coppia, il diventare papà e tanto altro ancora. Per approfondire alcune dinamiche che animano il testo, l’Autore ha accettato di rispondere alle domande che “Frammenti di Pace” gli ha proposto. 

Il libro che hai scritto, “Le strade di papà”, non è un romanzo né un saggio, ma un salto nelle esperienze che hanno segnato la tua vita fatta principalmente di incontri… Perché hai sentito l’esigenza di scrivere un libro sulle tue esperienze? 

Mi sentivo in qualche modo in debito. Ho avuto la fortuna, l’opportunità, di vivere negli anni più energici, quelli che vanno dai diciotto ai trenta, molte esperienze di animazione nel mondo, a contatto con tantissime persone, culture diverse, avventure. Poi è nata Benedetta, nella maniera avventurosa e rocambolesca che racconto nel libro, e il debito con la vita è aumentato a dismisura.

Allora ho pensato che sarebbe stato bello recuperare vecchi appunti dei viaggi e rileggerli alla luce della nuova dimensione di adulto e di papà. Così è nato il libro, senza la pretesa che fosse pubblicato o un’attesa particolare. Quando qualche amico lo ha letto, mi hanno iniziato a dire di mandarlo agli editori. È cominciato tutto così.

L’umorismo con il quale affronti molte situazioni pensi sia una dote innata o ti sei allenato per svilupparlo in modo brillante? 

In parte credo sia innata. In parte no, si è sviluppata nel tempo. Soprattutto dalle esperienze lunghe in Africa, dove sdrammatizzare alcune esperienze, sia da soli che in gruppo, cercare quel lato che ti permette di allentare la tensione, diventa quasi fondamentale in alcuni momenti. 

Credo molto nell’umorismo, nella capacità di trovare un sorriso anche nelle situazioni difficili. Non il sarcasmo che sminuisce ciò che stai vivendo, nemmeno la battuta facile fine a sé stessa. L’umorismo, la possibilità di rimanere in quella situazione ma con un peso un po’ più piccolo da portare. La magia, che mi porto dietro dalle esperienze negli oratori di don Bosco e che mi appassiona molto anche adesso che sono più grande, insegna molto a gestire con serietà e concentrazione un gioco, contornandolo però di sfumature divertenti.

Hai fatto tanti viaggi in Paesi disagiati portando la tua “magia” come animatore in diversi villaggi. Considerando che l’immigrazione è un tema di scottante attualità, potresti dirci se hai intravisto qualche accenno di questo fenomeno quando eri in quei Paesi molti anni fa? Perché secondo te le persone partono a migliaia affrontando le insidie di un viaggio così difficile?

Gli smartphone, che consideriamo oggetti di uso quotidiano (tutti ne possediamo uno, ormai), hanno cambiato il mondo. In alcuni luoghi dell’Africa, l’Europa non era nulla. Sono stato in villaggi, nel 2009, dove l’ultimo uomo bianco era passato più di dieci anni prima, ed ho ascoltato leggende di anziani che non attraversavano la collina oltre il loro villaggio perché lì finiva il mondo. La tecnologia ha interrotto questo equilibrio: ci sono contadini con l’aratro e lo smartphone, e le nuove generazioni vedono le foto delle nostre città, le partite di calcio, le olimpiadi, i film. Tutto questo genera un meccanismo irrefrenabile.

Gli accenni c’erano già diversi anni fa: la voglia di allontanarsi dalla povertà, di scoprire una terra che considerano (perché tale la facciamo apparire) come un paradiso di attrazioni. Se a ciò aggiungiamo un altissimo tasso di natalità e un’età media molto bassa, ci troviamo davanti a migliaia di persone che partono.

Spesso partono senza avere mai visto un mappamondo, e senza alcuna idea di cosa li attende nel viaggio. I trafficanti fanno il resto. Partono alla ricerca di un futuro migliore, come ogni essere umano farebbe.

Poi ci sono i migranti costretti a scappare, dalle guerre, dalle pulizie etniche, dalle dittature: ma quella è un’altra storia, con esiti purtroppo simili ma con dinamiche di partenza molto diverse.

Rileggendo i tuoi viaggi, che ruolo ha avuto la fede nelle tue scelte? 

Sono cresciuto, da quando avevo sedici anni, in oratorio. La fede mi accompagna: sono cristiano, credente e praticante. Il ruolo fondamentale della fede è quello di offrirmi le chiavi di lettura nelle situazioni che ho vissuto e che vivo, ed alcune parole chiave che, quando le interiorizzi, diventano parte di te.

Anche in questo l’Africa insegna: uomini, donne, bambini, vestiti di stracci durante la settimana, la domenica tirano fuori il vestito della festa, coloratissimo e pulito, per andare a messa. A migliaia.

Ce lo insegnano loro: l’incontro con Dio è un momento di gioia, di festa, di comunità. Nelle mie scelte ha un ruolo importante: credo molto nella Provvidenza, avendone anche molte prove, a dire il vero.

Ci spieghi in che senso ti basta una piccola immaginetta di san Giovanni Bosco per sentirti a casa? 

Come dicevo, sono cresciuto nell’oratorio salesiano di Venaria, poi diventando grande ne ho potuti girare moltissimi: in Piemonte, in Italia, in Europa e nel mondo.

In tutti, la stessa sensazione di sentirmi in un posto familiare, che mi parla di casa, di radici. Vengo da Torino, dove c’è don Bosco in basilica, la sua casetta di origine, i primi oratori: posti che davo per scontati, dove sono passato decine di volte; per altri, nel mondo, sono la meta dei sogni, il luogo da visitare, il desiderio più grande. 

Intervista a cura di Domenico De Angelis


17 febbraio 2019  Indietro

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