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Società “tecnoliquida”? Meglio… restare umani!

Aborto, fecondazione assistita, gender, eutanasia. Ma anche intelligenza artificiale e cosmopolitismo. Nel XXI secolo, le ideologie sono tutt’altro che scomparse. Si sono piuttosto trasformate, assumendo un carattere polimorfico e capillarmente diffuso. Rispetto al passato, l’indottrinamento è più sottile e avviene con mezzi più sofisticati, che sfuggono alla reale comprensione delle masse.

“Restare umani. Sette sfide per non rimanere schiacciati dalla tecnologia” (Ed. Città Nuova) è il saggio in cui il 37enne psicologo Marco Scicchitano e il 33enne sociologo Giuliano Guzzo affrontano, una per una, le principali sfide antropologiche odierne, fondendo in modo armonico le proprie competenze disciplinari.

Non è la prima volta nella storia che le innovazioni scientifiche o tecnologiche vengono piegate a scopi che mortificano la dignità umana. Al giorno d’oggi, però, il fenomeno è divenuto particolarmente ramificato ed è quindi importante comprendere che ciascuna delle sfide antropologiche non opera “a compartimenti stagni” rispetto alle altre ma c’è, al contrario, una logica stringente che le rende tra loro coerenti e reciprocamente funzionali.

La risposta a tale onda lunga ideologica è senz’altro nel “restare umani”, ovvero essere sempre in grado di dominare la tecnologia, prima che questa inizi a tiranneggiare sull’uomo.

Gli autori usano argomentazioni laiche ed “illuministe” per difendere la dignità umana, tuttavia appare più che giustificata, nella prefazione, un’ampia citazione di Papa Benedetto XVI che, nell’enciclica “Caritas in veritate”, aveva richiamato l’attenzione su tre capisaldi: il “senso pienamente umano del fare dell’uomo”; la sua fascinazione nei confronti della tecnica, che “lo sottrae alle limitazioni fisiche e ne allarga l’orizzonte”; l’urgenza del recupero di una “responsabilità etica nell’uso della tecnica” e del “vero senso della libertà” nel suo utilizzo.

Di particolare originalità risulta il capitolo V dedicato ai “cyborg”, intesi come innesto di protesi tecnologiche nel corpo umano, al fine di modificarne ed estenderne la sensorialità e regolarne il metabolismo. L’impatto di queste tecnologie, tuttavia, spiegano Guzzo e Scicchitano, non sarà soltanto “sul piano fisico” ma “anche, e soprattutto, su quello etico”, cosicché, nell’era dell’ipermunanesimo (o transumanesimo), l’essere umano rischia di diventare “la somma delle proprie estensioni artificiali”. 

È legittimo, dunque, sostituire parti del corpo “calde”, in quanto “capaci di trasmettere amore”, con “freddi artifici tecnologici”? È opinione degli autori che, per “restare umani”, sia fondamentale “restare anche corpi che amano, tesi verso l’altro”, proprio perché la tecnologia dev’essere “a servizio dell’umano” e non viceversa.

Il capitolo successivo, “Cittadini o consumatori”, mette bene in luce il lato più inquietante della globalizzazione, ovvero il sacrificio di ogni identità tradizionale (o, per meglio dire, naturale) sull’altare del dio-mercato. Famiglia, nazione e comunità sono viste come nemiche dai fautori della “società tecnoliquida”, in quanto legano le persone a valori eminentemente umani e profondi che portano a dare il giusto peso ai rapporti economici. 

In altre parole, mentre l’uomo “tradizionale” è ancora in grado di “stupirsi di fronte alla bellezza del mondo” o di “interrogarsi sui suoi meccanismi di funzionamento”, il consumatore “tecnoliquido” si chiede: “cosa posso farci?”. In quest’ultima ottica, una persona non vale in quanto essere umano ma in base alla sua produttività o, al limite, alla sua capacità di consumare e far girare il motore del mercato.

Le argomentazioni trattate nei capitoli sugli attacchi alla vita e alla famiglia, dunque, si irrobustiscono se inquadrate nel contesto economico odierno. Il pensionato da un lato “costa”, dall’altro produce e consuma poco, quindi è opportuno che ve ne siano il meno possibile (eutanasia). Idem dicasi per i bambini, tanto più se malati (aborto). La famiglia, a sua volta, incentiva l’educazione, il senso critico nonché il risparmio, pertanto va snaturata e banalizzata.

“Restare umani” potrà apparire a taluni un saggio dai toni allarmistici su certi rischi distopici che corre l’umanità di oggi. Nella giustapposizione tra l’umano e il non umano, il libro di Guzzo e Scicchitano aiuta però a dare sostanza e profondità alle proprie opzioni antropologiche, poiché è anche conoscendo il male e i suoi sofisticati meccanismi, che si può meglio apprezzare il bene e costruirlo con più passione.

Luca Marcolivio


31 luglio 2018  Indietro

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