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Dazi e guerre commerciali sono un danno per tutti

L’attuale amministrazione degli Stati Uniti sta liquidando tutti i grandi accordi commerciali pregressi con l’intento di rinegoziare con ogni singolo Paese i rapporti economici che regolano lo scambio di merci e di servizi.

È notizia recente che l’attuale amministrazione americana intende far crescere i dazi sulle merci cinesi.

Partendo dal concetto che i nazionalisti americani utilizzavano all’inizio del secolo scorso, cioè “American First”, l’attuale amministrazione statunitense è convinta che il vigente sistema di libero scambio penalizzi i suoi interessi; per questo utilizza il suo potere economico e militare per rinegoziare gli accordi commerciali imponendo dazi e suscitando conflitti.

In questo contesto, il principale avversario degli Stati Uniti è la Cina.

Nel 2017 la Cina ha venduto negli Stati Uniti prodotti per 505,470 miliardi di dollari; nello stesso periodo gli USA hanno venduto merci in Cina per 129,893 miliardi di dollari.

Le ragioni principali di questo squilibrio sono dovute al fatto che la Cina riesce a produrre prodotti di alta qualità e a venderli a prezzi più bassi; mentre gli Usa, pur mantenendo la leadership tecnologica, vendono a prezzi decisamente più alti favorendo politiche speculative.

Ma l’idea di alzare i dazi e scatenare una guerra commerciale porterà veramente benefici agli Stati Uniti?

A questa domanda ha cercato di rispondere il padre gesuita Fernando de la Iglesia Viguiristi con un interessantissimo articolo titolato: “Usa e Cina in guerra commerciale”, pubblicato su “La Civiltà Cattolica” n. 4048 (16 febbraio - 2 marzo 2019).

Spiega padre Viguiristi che le guerre commerciali intaccano l’incremento della produzione e dell’occupazione, come aveva già evidenziato anche Adam Smith.

A questo proposito, il padre gesuita fa notare come almeno tre Premi Nobel per l’economia – Joseph Stiglitz, Paul Krugman e William Nordhaus – abbiano severamente criticato le politiche dell’attuale amministrazione della Casa Bianca.

Paul Krugman, Premio Nobel per l’economia 2008, ha scritto sulle pagine del “New York Times” che il commercio non è un gioco a “somma zero” in cui ciò che uno guadagna è ciò che un altro perde, ma al contrario è a “somma positiva” perché il libero commercio fa aumentare la produttività e la ricchezza dell’economia mondiale.

Secondo Krugman, gli Stati Uniti non possono pensare di vincere una guerra commerciale: nel commercio mondiale rappresentano, infatti, il 9% delle importazioni e il 14% delle esportazioni; nel brevissimo tempo potrebbero pensare di guadagnare imponendo dazi alle merci estere, ma nel medio e lungo periodo sarebbero le prime vittime a causa delle ritorsioni sulle loro esportazioni.

Padre Viguiristi spiega che l’aumento dei dazi e la guerra commerciale sono una prova di forza degli americani per cercare di imporre un potere sui mercati delle merci che ormai non hanno più.

Nell’immediato dopoguerra (1948) gli Stati Uniti erano la nazione da cui proveniva più del 40% della produzione mondiale. Oggi gli USA producono solo il 22% delle merci mondiali.

La Cina ha superato attualmente gli Stati Uniti in produzione manifatturiera, commercio, risparmio e perfino in termini di Prodotto Interno Lordo, misurato su una base di parità di potere di acquisto.

Inoltre la Cina sta progredendo velocemente nell’innovazione tecnologica, al punto che sembra avanti nelle tecnologie digitali, reti 5G, e intelligenza artificiale.

Il padre gesuita ritiene probabile che “la guerra commerciale promossa dagli Stati Uniti non sia altro che un tentativo sbagliato e improvvisato di mantenere un’egemonia compromessa, e che miri soprattutto a frenare l’egemonia economica cinese cercando di limitarne le esportazioni soprattutto nei settori tecnologicamente avanzati”.

Il Fondo Monetario Internazionale (FMI), nel corso del suo meeting autunnale svoltosi a Bali in Indonesia, ha avvertito che l’innalzamento dei dazi USA sta ostacolando la crescita economica mondiale in una percentuale pari al 0,2% del PIL planetario.

Secondo gli esperti, nei primi anni di guerra commerciale sarebbe la Cina a risentirne di più, ma alla lunga saranno gli Stati Uniti ad avere la peggio. 

Christine Lagarde, direttore generale del FMI, ha dichiarato che le guerre commerciali sono giochi in cui nessuno vince perché si riducono gli scambi, la crescita e l’innovazione. Il costo della vita aumenta e i primi a pagare saranno i poveri.

Inoltre si assisterebbe ad un isolamento degli USA, con l’Europa e altri paesi asiatici che si rivolgerebbero verso la Cina. Cioè una parte importante del commercio tra Stati Uniti e Cina verrebbe dirottata sull’Europa, sul Giappone e sulle altre economie emergenti, come India, Russia, Korea, Indonesia.

La storia recente dimostra che, dalla fine della Seconda Guerra mondiale, gli Stati Uniti hanno promosso l’integrazione economica come uno dei loro principali strumenti di politica estera. Grazie agli accordi commerciali multilaterali, gli Usa hanno generato una rete di alleanze internazionali che è servita all’espansione delle sue imprese multinazionali e all’incremento del commercio mondiale.

William Nordhaus, Premio Nobel per l’economia 2018, è intervenuto nel dibattito precisando che “America First” è un’ideologia non cooperativa, la cui adozione impone un freno alle grandi opportunità che si creano quando le nazioni lavorano assieme per risolvere problemi globali.

È evidente – ha sostenuto il premio Nobel – che le politiche cooperative e multilaterali portano soluzioni, mentre le politiche protezioniste creano problemi. Per questo gli Usa e le altre nazioni dovrebbero respingere il nazionalismo economico.

Dal punto di vista della Dottrina Sociale della Chiesa – conclude padre Viguiristi – è altrettanto evidente che, per il raggiungimento del bene comune, è necessario che il diritto internazionale s’impegni ad evitare il prevalere della “legge del più forte”.

Antonio Gaspari 


10 maggio 2019  Indietro

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